In salotto con Doriana Rosania guardiamo la disabilità con occhi nuovi
Ciao Doriana grazie per aver accettato l'invito nel mio salotto virtuale
Grazie a te per questa intervista. Si vede quanta passione e impegno ci metti, e quanto curi ogni dettaglio. Le tue iniziative fanno davvero piacere e si sente che ci tieni davvero.
Mi chiamo Doriana, ho 37 anni e vengo da Foggia. Sono laureata in lingue e con le parole ho sempre avuto un rapporto diretto, che si tratti di pescarle dalla testa o di trasformarle. Sono molto creativa e mi diletto in hobby manuali, insomma la parola d’ordine è: creare!
Nella mia vita c’è anche Margot, la mia cagnolina, che è ufficialmente il mio centro di gravità permanente.
Per me la scrittura non è mai stata una fuga “nobile” o un atto programmato. È nata in modo istintivo. Ho sempre letto fanfiction e manga BL, perché quando ero ragazza era praticamente l’unico posto dove trovare storie M/M (ciò che esisteva fuori era poco e spesso troppo legato - giustamente- alla denuncia o al dolore). Leggendo molto, a un certo punto è arrivata anche la voglia di scrivere, quasi naturalmente. Ho sempre avuto un’immaginazione molto viva e da bambina, come adesso, mi sono rifugiata spesso nella fantasia, a volte preferendola alla realtà. Mettere su carta quello che immaginavo è stato il passo successivo, all’inizio in modo embrionale, poi sempre più consapevole, anche grazie al fatto che non ho mai smesso di leggere. Per me scrivere è questo: dare una forma concreta a un mondo che già esiste nella testa e, magari, regalarlo a chi saprà amarlo quanto me.
Non amo molto fare classifiche o dividere gli scrittori in categorie, perciò quando mi chiedono “il tuo autore preferito” sono sempre in difficoltà. Dare un nome solo mi sembra riduttivo, come se cancellasse tutto quello che mi hanno lasciato gli altri.
Ho letto molto nel corso della vita e ogni autore, in modi diversi, mi ha dato qualcosa. In generale, preferisco gli scrittori che giocano con le parole, che sanno usarne poche per evocare mondi interi, molto visivi e poetici. Fatico invece con chi è troppo prolisso senza motivo, non digerisco gli autori pretenziosi o improvvisati.
Non ho mai avuto rituali rigidi o un luogo preciso per scrivere. Vado molto a sentimento, seguendo i momenti. Le idee mi arrivano spesso quando sto per addormentarmi e, quando succede, non importa che ora sia: anche se sono le tre di notte mi alzo e me le appunto.
Scrivo ovunque e su qualsiasi supporto, a mano, sul telefono o al computer, che resta comunque lo strumento principale. Una cosa che mi aiuta molto è riascoltare quello che ho scritto usando sintetizzatori vocali, perché mi permette di capire meglio se funziona davvero.
Sono una persona piuttosto disorganizzata e scrivere un libro mi ha costretta a fare un passo in più: ideare e tenere insieme un progetto lungo è faticoso, ma mi ha insegnato a riorganizzarmi e mi ha fatto crescere come scrittrice.
Quando qualcosa mi appassiona, poi, sono capace di scrivere per ore, spesso fino a notte fonda. Se dovessi proprio scegliere un un rituale, direi caffè, musica e la notte: sono un animale notturno, ed è lì che il mio cervello dà il meglio.
Credo che i motivi per cui scrivo storie M/M siano molteplici, almeno per me. Innanzitutto, mi piacciono. Semplice. È qualcosa di completamente istintivo.
Poi c’è una questione di prospettiva e profondità. Sono uomini scritti da donne, con una complessità e una profondità che, secondo me, difficilmente nella realtà riescono a raggiungere e comunicare (non voglio generalizzare, ovviamente); c’è una libertà, poi, nell’esplorare i personaggi maschili che scrivendo donne, almeno inconsciamente, non avrei. Aggiungiamoci anche un contesto storico: gli uomini hanno già parlato abbastanza di noi donne, spesso manipolando personaggi femminili a loro piacimento, perciò ora parliamo noi.
Scrivere di donne mi farebbe sentire inconsciamente in competizione, perché si entra in un territorio già molto “frequentato” e confrontarsi con quello sarebbe diverso, più pesante.
Io, per altro, sono etero, quindi il mio interesse principale è raccontare uomini, e meglio ancora se accoppiati tra loro, anche per quella sensazione di libertà narrativa e di distanza dal confronto diretto con dinamiche etero già codificate.
Spesso mi hanno chiesto perché Aleister è disabile e la domanda è, secondo me, un primo sintomo di “discriminazione”; la capisco ma per me è così e basta, non avrei ricevuto la stessa domanda se avesse avuto i capelli rossi. Ed è proprio per questo che un libro del genere diventa necessario: per non dover più chiedere perché.
Detto ciò l’ho trattata come una parte della vita di Aleister, non come un’etichetta narrativa. È un elemento reale del suo mondo, influisce su certe cose e non su altre. Non volevo che definisse la trama o la sua personalità, ma che semplicemente esistesse, esattamente come esiste nella vita di chi la vive. Aleister, infatti, vive la sua vita, e il lettore con lui: gli ostacoli veri, la città che non aiuta, le barriere, la fatica, ma anche la bellezza delle relazioni vere. Gran parte di questo lo vediamo attraverso gli occhi di Dorian, che non guarda “la disabilità”: guarda lui.
Negli anni, poi, ho letto e visto troppe storie che trattavano la disabilità in modo sbagliato, come se ci fosse imbarazzo nel dire la verità. A volte viene vista attraverso il filtro della pietà, a volte ignorata, altre volte “risolta” in modo miracoloso, come se la vita di una persona potesse essere dignitosa soltanto dopo la “guarigione”. Nella realtà non funziona così ed ho voluto prendermi questa responsabilità e portarla fino in fondo.
Per documentarmi, mi sono affidata soprattutto all’esperienza accumulata in vent’anni, perché l’idea di questa storia è dentro di me da molto tempo. Negli anni ho osservato la realtà in modi diversi e, oggi, grazie alla tecnologia, la conoscenza è a portata di tutti. I social, in particolare TikTok, sono stati di grande aiuto: se usati bene, diventano piattaforme di condivisione e informazione. Ci sono molti profili, soprattutto stranieri, in cui le persone raccontano le loro esperienze, aiutano gli altri a sentirsi compresi, a trovare strategie e a rendere certe cose più accessibili e “normali”. In un certo senso è come se avessi raccolto la voce, gli sfoghi, le speranze e i pensieri di molte persone che si trovano in quella situazione. Ed anche un po’ i miei, a modo mio, perché non bisogna per forza vivere quella situazione per potercisi immedesimare; in fondo il ruolo dello scrittore è proprio questo (non bisogna essere detective o psicopatici per scrivere un giallo, no?!)
In Italia, purtroppo, la divulgazione di questo tipo è limitata, e i contenuti fruibili e di qualità sono pochi. Io non parlo di associazioni o di sociale, ma di opere che possano essere fruibili per chiunque: la mia storia è pensata così. Non serve spiegare i perché o i per come della disabilità di Aleister: vivendo la storia con lui, la conosci e ti appare “naturale”, ritornando al concetto di normalità che ritengo fondamentale.
La copertina nasce da un’illustrazione della mia migliore amica, che ha visto nascere e crescere i personaggi insieme a me negli anni. Devo ammettere che è grazie all’intelligenza artificiale è venuta fuori questa versione, e mi è piaciuta proprio per la sua semplicità. Racconta tutto: c’è un abbraccio, Aleister si lascia completamente andare e avvolgere da Dorian, mentre Dorian lo accoglie. C’è un elemento metaforico in tutto questo, ma resta semplice, senza fronzoli, solo loro due, e secondo me rappresenta molto bene la storia che poi andremo a leggere.
U Torino per la sua storia e forza esoterica.
Aleister. Perché è il più difficile da tenere in equilibrio e quello che mi ha chiesto più responsabilità.
Sicuramente in questa storia, i più facili da odiare sono i genitori di Aleister; i motivi sono ovvi, di certo non faccio di tutta un’erba un fascio, ma rappresentano anche un po’ una intera generazione.
Più in generale, purtroppo, ammetto il mio limite: non sopporto quasi mai i personaggi femminili. Spesso si comportano in modi assurdi o seguono stereotipi già visti mille volte, e non mi convincono mai del tutto. È una sensazione istintiva, non saprei neanche spiegare bene perché, ma succede così.
Assolutamente consiglierei La Casa del Tempo Sospeso. Purtroppo, la traduzione italiana lo invecchia di almeno 70 anni con termini pretenziosi e regionali, mentre l’inglese restituisce tutta la modernità, la poesia sospesa e la freschezza del testo originale russo. È un viaggio unico, potente e complesso, che resta dentro e che non smetti mai di amare.
Al momento sto traducendo in inglese il primo volume della Trilogia delle Crepe, e successivamente pubblicherò anche il secondo e il terzo, traducendoli a loro volta. Nel frattempo ho già altre due storie in cantiere, per ora solo appunti sparsi: una di queste è molto più corposa, nata originariamente come webtoon, e adesso prenderà forma di libro in stile Urban Fantasy. Il
mio obiettivo principale è diventare riconoscibile come la scrittrice che si occupa con cura e rispetto della disabilità. Voglio esplorarne diverse forme, sempre con attenzione e sensibilità, così che chi cerca storie del genere sappia esattamente a chi rivolgersi.
Nero, nero scuro, nero opaco, nero mezzanotte, nero corvino, insomma nero… il mio armadio è così nero che ormai è un armadio tattile
Anche in questo sono molto indecisa certi anni amo il mare (quello da cartolina, soprattutto i tramonti sul mare), altre invece vorrei solo isolarmi in una baita durante una tempesta di neve, in modo da essere completamente irraggiungibile (con Margot, però, ovviamente!)
Amo mangiare e provare sempre nuovi piatti, sono buongustaia (vedi segno zodiacale). Provate la cucina iraniana, una delizia!
1G Ragni, ragni e ancora ragni (non per questo ne ho mandato uno anche a Dorian ma è stato galeotto)
Il mio sogno è continuare a raccontare storie, trasmettere emozioni e far arrivare quello che provo ai lettori. Vorrei essere riconosciuta e apprezzata per quello che racconto.
Quello nel cassetto, invece, è diventare traduttrice editoriale: ci ho provato, ci provo e continuerò a provarci.
Toro, ascendente bilancia, luna in cancro.
1U Lettura, serie tv, musica (rigorosamente metal), ricamo al punto croce, diamond painting, osservare molto, sognare. È pericoloso, ma utile.
Testarda, osservatrice, emotiva, ironica, responsabile, inquieta, affezionata, ostinata, sincera, presente.
Non credo in me stessa.
Quando decido, vado fino in fondo.
Dipende dai periodi, metal sempre. Un affetto particolare l’avrò sempre per una band visual- kei giapponese (The Gazette) e per i Backstreet Boys che mi accompagnano da quando avevo sette anni (e giocavo a Barbie con l’amichetta del cuore, ah beata innocenza) e mi hanno insegnato l’inglese.
Digitale, leggo ovunque e soprattutto di notte… Possibilmente senza occhiali e sono miope
(furbissima )
In realtà non mi considero una vera scrittrice (e a parlare è sempre il difetto dell’auto sabotaggio). Non c’è una risposta semplice a questa domanda: forse avrei aperto un negozio creativo, forse sarei rimasta all’università a proseguire la carriera come assistente di filologia germanica, forse lavorerei ancora come receptionist in un B&B… è una vera sliding door, e chi può dire quale strada avrei davvero percorso. Eppure, in mezzo a tutte queste possibilità, c’è qualcosa di certo: la mia mente ha sempre vissuto di storie, di immagini, di mondi immaginari. Da sempre mi rifugio nella fantasia, osservo, costruisco, invento, e quelle storie mi abitano fino a diventare parte di me. Prima o poi, in un modo o nell’altro, sarei comunque riuscita a dar loro voce, a farle uscire dalla mia testa e a lasciarle incontrare qualcuno che le ascoltasse.
Raccontare è sempre stato inevitabile per me, e forse in questo senso, qualsiasi percorso avrei scelto sarebbe stato comunque una strada verso la scrittura, verso il raccontare e il condividere ciò che sento, ciò che immagino, ciò che vivo dentro di me.
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